lunedì 7 aprile 2008

Il romanzo italiano tra Ottocento e Novecento

Il Settecento era caratterizzato da una produzione ben distinta materiale colto per un pubblico d’élite, e materiale popolare per le classi sociali meno istruite. Se il termine romanzo stava ancora a significare un poema in versi, erano di largo consumo i racconti picareschi e d’avventura oppure storie sentimentali e patetiche. In Gran Bretagna e Francia con la presenza consistente di un ceto borghese il romanzo aveva il suo pubblico. In Italia invece mancava questa categoria sociale.
Dobbiamo arrivare all’inizio dell’Ottocento - nel nord Italia - per trovare una consistente presenza del ceto borghese; con esso nasce dunque anche il romanzo italiano.

1. L’io romantico (eroico e suicida)
Primo titolo degno di nota è lo “Jacopo Ortis” di Ugo Foscolo. Nuova è anche la cornice entro cui si muove la stria: siamo nel campo dell’introspezione, nell’indagine interiore dell’io.
Alla fine del Settecento una certa moda per le autobiografie era diffusa - su tutte svetta “Vita” di Vittorio Alfieri - in stile eroico-pessimistico. Foscolo però ci aggiunge una forte interrelazione con le vicende storiche. E sceglie - al pari di Ghoete nel Werther (1774) - la struttura epistolare a voce unica, monologante ®mette in risalto il colloquio con se stesso.

‘700 - un “io” razionale e sociale.
‘800 - un “io” individualista, in conflitto permanente con la realtà e con se stesso. Ma deciso a tradurre in azione i propri ideali e le proprie passioni, e perciò esposto, anzi, predestinato, nel crollo di ogni illusione, all’estrema scelta della morte volontaria. Siamo in pieno romanticismo.

Ma l’Ortis ha ancora troppi legami con il genere poetico per rappresentare un caso esemplare e fondante per la nostra letteratura. Così come ancora troppo poco narrativo appare l’altro lavoro autobiografico di Foscolo: “Il Sesto tomo dell’Io”. Qui il protagonista (Didimo) anziché essere un appassionato e tragico protagonista del suo tempo, appare come un distaccato, disilluso e ironico. Il testo, la storia o altro non convinse l’autore che non completò mai il lavoro.
Tra il 1802 e il 1827 (prima pubblicazione dei Promessi Sposi) cambiano molte cose. Nel Lombardo-Veneto della restaurazione asburgica cresce la cultura borghese e con essa l’aspettativa per un genere letterario che rompesse con lo stile artificioso dell’aristocrazia (poetica classicista) senza scadere nel banale e volgare. E’ intorno alla rivista milanese “Il Conciliatore” che alcuni scrittori come Pietro Borsieri, Silvio Pellico, Carlo Gualsco trattavano del genere del romanzo sostenendo i racconti con tematiche incentrate sulla vita contemporanea e il romanzo storico.
La censura austriaca chiude “il Conciliatore” nel 1819 complicando così la vita a chi scriveva in modo diretto del tempo presente. Anche per questo lo sguardo degli scrittori si appuntò negli anni successi al romanzo storico. “Con il vero storico la narrativa acquistava un blasone di nobiltà e si teneva al riparo dalla censura.

NB come vendite dominavano i romanzetti rosa. (era comodo diffondere letteratura innocua)

2. Il romanzo storico
Il romanzo storico è definito da Manzoni: “componimenti misti di storia e d’invenzione” e si afferma attraverso la voce di un narratore onnisciente che guardando al passato riesce a definire anche il presente. Caratteristica comune è quella di avere finalità educative e divulgative, oltre che aggirare la censura e dare dignità al romanzo come forma letteraria.
All’estero è W. Scott a promuovere il genere. (es. Ivanhoe, ambientato nel XII secolo).
La data memorabile che inaugura il successo del nuovo genere è il 1827: in quell’anno muore Foscolo e con lui la sua aristocratica visione della storia, e quando a Milano dall’editore Stella, esce un libro dissonante e controcorrente come le Operette Morali. (qui Leopardi chiarisce la sua sostanziale estraneità alla cultura dominante intrisa di attivismo pedagogico, dal ruolo del narratore onnisciente tipico del romanzo storico ecc.).
Nel 1827 viene pubblicata la prima edizione dei Promessi Sposi e altri 5-6 romanzi di discreta qualità. Il cuore di questa moda romanzesca è il lombardo-veneto. Anche se il capolavoro di Manzoni non ha molto da spartire con le altre opere.

I Promessi Sposi

Il meccanismo di funzionamento dei P.S. è semplice e complicato al tempo stesso. Diciamo che viene ribaltato il rapporto tra storia e invenzione così come si presentava a teatro. Le tragedie avevano fatti e persone vere ma coscienza, comparse e contesti inventati; qui invece i protagonisti sono inventati mentre al “vero storico” si affidano figure collaterali, l’ambiente, il costume.
L’autore è libero verso i personaggi; la contestualizzazione storica serve per rendere credibile e verosimile l’invenzione. Anzi potendo inventare personaggi e situazioni non è legato agli stereotipi falsificanti dell’immagine storica e - paradossalmente - più libero di rappresentazione un mondo realistico. Così facendo ci può inserire anche il suo “disegno morale”; la sua chiave di lettura al caos dei fatti storici. L’indagine sul male del mondo e degli uomini propone in Manzoni anche una possibilità di riscatto e alternativa - non tanto e non solo nell’aldilà - quanto nella condizione umanissima della società ottocentesca.
Da qui una sorta di “bi-frontismo” dei P.S. In apparenza sono una bella favola a lieto fine, in realtà è anche una controfavola piena di veleni.
LA FAVOLA
La storia è ripresa da uno scartafaccio rinvenuto da un misterioso “secentista” : è l’impronta favolistica a cui l’autore appone alcune riserve. Mette in chiaro la doppiezza del romanzo.
L’anonimo narratore è un fatalista che vede un mondo perfetto, soltanto intaccato da situazioni disdicevoli che si ricomporranno nella volontà della Provvidenza.
La Provvidenza, perno della storia, è spesso invocata ma spesso invano; spesso i vari personaggi ne fanno un uso smaccatamente opportunistico. La mentalità contadina di Renzo comprende un rapporto mercantile-contrattuale con l’aldilà.
NB ogni personaggio intende la provvidenza in maniera utile alla propria situazione, sempre pronta come un deus ex machina a salvare la situazione.
LA CONTROFAVOLA
La controfavola realistica, originaria del narratore, mette in luce la multiforme presenza del male e del peccato, come sopraffazione fisica e morale esercitata contro i propri simili.
Es. il padre che per affetto sincero obbliga la figlia Gertrude a farsi monaca (è accecato dal potere nobiliare, dalla mentalità…). Manzoni cioè nel contesto storico inserisce una specie di indagine sul “buio groviglio di impulsi e desideri non affiorati alla luce della coscienza”.
Questo aspetto nascosto dei P.S. fu ignorato dai contemporanei - che amavano leggerlo come storia di intrattenimento a lieto fine, remissiva e consolatoria - ma colpì invece E.A.Poe che recensì la traduzione inglese nel 1835.

La lettura dei P.S. come una celebrazione della provvidenza è un po’ riduttivo. A differenza del romanzo storico in voga all’epoca che divida la storia e l’invenzione affidando ad ognuno una parte “fissa” e trasformando poi il racconto in una specie di fumetto della storia piegata all’uso patriottico, dove la storia diventa una didascalia pittoresca mentre l’invenzione una passeggiata nella fantasia. Il capolavoro di Manzoni invece si serve dell’invenzione per progettare un mondo migliore, sempre vigilata però dall’amara lezione della storia. L’intreccio tra i due aspetti e fanno un capolavoro che trascende completamente lo stile e la tematica dell’epoca.

La crisi degli anni ‘40

Va in crisi il romanzo storico.

Questo collasso del genere (delusione per l’evoluzione politica, siamo in piena restaurazione) apre le porte a soluzioni diverse, ma in genere ambientate nel tempo presente.

1840 “Fede e Bellezza” di Niccolò Tommaseo - primo romanzo di analisi contemporanea
Tommaseo accoglie la nozione del vero volgendo l’attenzione alla propria esperienza vissuta. C’è una novità d’impianto - abbiamo l’io narratore - e riprende l’analisi interiore. Rispetto all’Ortis che esaltava l’io, Tommaseo propone una autoanalisi quasi dissacrante. C’è poi uno spazio per la fisicità dei personaggi: affitto, prestito, mancanza di lavoro, miseria. Non sono note di colore ma incidono sulla psicologia dei personaggi e ne turbano le relazioni affettive.
Realtà del presente filtrata dalla prospettiva dell’io.
Personaggi: Giovanni e Maria.

1842 “Storia di una colonna infame” di Alessandro Manzoni
E’ un documentario. Manzoni in un saggio dell’epoca spiega che non è più tempo di romanzo, ma di “vero”.
La vicenda narra dell'intentato processo a Milano durante la terribile peste del 1630 contro due presunti untori, ritenuti responsabili del contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze, in seguito ad un'accusa -infondata- da parte di una "donnicciola" del popolo, Caterina Rosa.
Il processo, svoltosi storicamente nell'estate del 1630, decretò sia la condanna capitale di due innocenti, Guglielmo Piazza e Giancarlo Mora, sia la distruzione della casa di quest'ultimo. Come monito, venne eretta sulle macerie dell'abitazione del Mora la "colonna infame", che da il nome alla vicenda.
Con questa tragica vicenda, Manzoni vuole affrontare il rapporto tra le responsabilità del singolo e le credenze e convinzioni personali o collettive del tempo. Tramite un'analisi storica e giuridica, l'autore cerca di sottolineare l'errore commesso dai giudici e l'abuso del loro potere, che calpestò ogni forma di buonsenso e di pietà umana spinti da una convinzione del tutto infondata e da una paura legata alla tremenda condizione del tempo provocata dall'epidemia di peste.
Inizialmente era parte del “Fermo e Lucia” (1823rimasto inedito), poi estromesso dalla trama del romanzo e rielaborato a lungo fino alla sua pubblicazione nel 1842.

Dopo il 1850 il romanzo in Italia si allontana dal modello manzoniano del narratore onnisciente. La “Storia” entra nella storia dal punto di vista di un narratore che è come il lettore: un borghese con incertezze e debolezze. L’esempio più importante del genere è “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo. La storia di Carlino (Carlo Altoviti) racconta da lui stesso, dall’infanzia (a fine ‘700) fino alla vecchiaia (1858) “io nasco veneziano e morrò italiano“. L’ “io” di Nievo - che unisce vita privata a uno sguardo approfondito ai fatti dell’epoca - è mobile e imprevedibile, incerto, comprensivo e curioso. E’ una storia che, abbandonando i toni provvidenzialistici di Manzoni, incarna l’ottimismo e la fiducia nei valori risorgimentali. Non manca infine, una certa volontà pedagogica.
Saggezza e disincanto sono i caratteri più importanti del personaggio Carlino.
L’Italia post-unitaria

Il raggiungimento del grande ideale si trasforma in breve tempo in una delusione cocente. Insieme all’esaurirsi della tensione morale si diffonde (anche nel resto dell’Europa) una sensazione di inquietudine tra poeti, scrittori e intellettuali a disagio in un mondo sempre più votato al tecnica e al pragmatismo.
Le nuove forme espressionistiche risentono dell’influenza dell’industrializzazione: concorrenza, progresso. Chi non accetta questi valori resta ai margini.
Ci sono due principali tendenze:
a. ripiegamento verso l’interiorità. Il decadentismo esalta sentimenti negativi di distacco e disagio con il mondo.
b. letteratura come resoconto oggettivo della realtà (tremenda).

E’ abbandonato il romanzo storico - educativo. Lo scrittore non vuole o non ha più nulla da insegnare a nessuno: quello che scrive rispecchia il suo disagio individuale
(Baudelaire, Verlaine, Pascoli, ecc.) oppure rispecchia la realtà.

I Malavoglia di Giovanni Verga 1881
Come i Promessi Sposi si presenta come un’opera “nazionale“: non si limita a raccontare storie locali, magari in dialetto, ma abbraccia tematiche comuni, riflette un sentire che coinvolge un’intera generazione.
Differenze:
PS ® romanzo della ragione e della fede, come argine al caos e alla tragedia della storia.
MALAVOGLIA ® romanzo della disgregazione.
Trama
Presso il piccolo paesino di Aci Trezza nel catanese vive la famiglia Toscano che, nonostante fosse decisamente laboriosa, viene soprannominata Malavoglia.Il patriarca è Padron 'Ntoni, vedovo, che vive presso la casa del nespolo insieme al figlio Bastiano detto Bastianazzo sposato con Maria detta Maruzza la longa nonostante sia di statura tutt'altro che elevata. Bastiano ha cinque figli: 'Ntoni, Luca, Filomena detta Mena, Alessi e Lia. Il principale mezzo di sostentamento è la Provvidenza (piccola imbarcazione dedita alla pesca). Nel 1863 'Ntoni, il maggiore dei nipoti, parte per la leva militare. Per far fronte alla mancanza, padron ‘Ntoni tenta un affare comprando una grossa partita di lupini - peraltro avariati - da un suo compaesano, chiamato Zio Crocifisso per via delle sue continue lamentele e del suo perenne pessimismo. Il carico, affidato al figlio Bastianazzo perché li vada a vendere a Riposto, sfortunatamente naufraga, assieme a Bastianazzo. A seguito di questa sfortunata avventura, la famiglia si ritroverà con una triplice disgrazia: il debito dei lupini, la Provvidenza da riparare e la perdita di Bastianazzo e quindi di un membro importante della famiglia. Tornato del servizio militare, 'Ntoni tornerà molto malvolentieri alla vita laboriosa della sua famiglia, e non rappresenterà alcun sostegno alla già precaria situazione economica del nucleo familiare.
Purtroppo, le disgrazie per la famiglia non terminano. Luca, uno dei nipoti, muore nella battaglia di Lissa (1866) e questo determina l'annullamento delle nozze della figlia Mena con Brasi Cipolla. Il debito causerà alla famiglia la perdita dell'amata Casa del nespolo e via via la reputazione della famiglia andrà peggiorando fino a raggiungere livelli umilianti. Un nuovo naufragio della "Provvidenza" porta Padron 'Ntoni ad un passo dalla morte, dalla quale, fortunatamente, riesce a scampare. In seguito Maruzza, la nuora, muore di colera. Il primogenito 'Ntoni deciderà di andare via dal paese per far ricchezze, ma, una volta tornato ancora più impoverito, si dà al contrabbando e finisce in galera dopo aver accoltellato il Brigadiere don Michele, a causa della scoperta di una relazione amorosa con la sorella Lia. Padron 'Ntoni, ormai vecchio, muore senza riuscire a rivedere la sua vecchia casa. Lia, la sorella minore, vittima delle malelingue, lascia il paese e si abbandona all'umiliante mestiere della prostituta. Mena sceglie di rinunciare a sposarsi con compare Alfio, di cui è innamorata, e rimarrà in casa ad accudire i figli di Nunziata e di Alessi, il minore dei fratelli, che continuando a fare il pescatore ricostruirà la famiglia e potrà ricomprare la "casa del nespolo". Quando 'Ntoni, uscito di prigione, torna al paese, si rende conto di non poter restare a causa del suo passato di detenuto.

Giovanni Verga e il Verismo
L’idea che l’autore debba “eclissarsi” dalle pagine del racconto risale a Flaubert. Teoricamente sono in molti a farlo, ma in pratica è solo Verga che ci si avvicina.
Insieme al narratore spariscono le pretese etiche, civili ed educative che conformavano le storie al proprio giudizio. Rispetto al naturalismo francese Verga non si pone obbiettivi politici (Zola faceva una denuncia sociale che “pretendeva” giustizia); lui rappresenta le cose così come sono. Ma fa anche una ricerca sullo stile, sul tipo di prosa. La narrazione oggettiva era filtrata dai dialoghi dei personaggi; le sensazioni e le emozioni anche; insomma il documentario è narrato dall’esterno queste sono storie viste da dentro, pur in forma impersonale.
Ma in Verga c’è anche una morale:
il mondo è disgregato, ha perso il fervore e la speranza del risorgimento ed è rimasta solo “una folla nera che si affanna, si pigia, si accalca, si sorpassa brutalmente e cammina tutta verso un solo punto.” Praticamente contesta il mito del progresso così diffuso all’epoca.
Lo stile
L’impiego dilagante del discorso libero altera la logica delle sequenze; porta in scena personaggi sconosciuti (senza presentazioni) e sgretola la struttura classica del romanzo. Manca il centro organizzatore e anche il riferimento ultraterreno: “provvidenza” è diventata il nome di una barca destinata al naufragio. Per Verga c’è solo il caos e il caso. Il linguaggio è spontaneo, lontano da ogni risciacquatura in Arno. NB Il tempo usato nel racconto è l’imperfetto.

Il verismo in Italia rimane un genere per pochi; lo stesso avviene per la Scapigliatura, un movimento culturale in ambiente milanese che manifesta insofferenza verso la letteratura contemporanea (cioé Manzoni e il romanticismo risorgimentale) e più in generale per l’evoluzione tecnicista della società. Indicativo è il romanzo Fosca di Tarchetti : Giorgio, un giovane ufficiale felicemente sposato con la bella Clara, subisce il fascino morboso di Fosca, una ragazza brutta e isterica dalla sensibilità acutissima. Dopo una notta d’amore con Fosca la ragazza muore ma lui resta come contaminato. E’ l’attrazione fatale per il mondo noir, gotico; per il fascino misterioso dell’autodistruzione. NB Fosca e Clara, anche nel nome, assumono un valore simbolico opposto.

Detto che le grandi tiratura riguardavano romanzi di scarso valore letterario, il secolo si chiudeva con una virata abbastanza netta verso racconti “spiritualisti” e – soprattutto – vicini all’estetismo.
Abbandonata al fiducia nella ragione, i tempi suggeriscono una fuga in avanti nell’illusione di potenza, di bellezza; nell’esaltazione del sé, nel mito della forza. Erano gli anni della propaganda colonialista e dell’autoritarismo di Crispi.
La cultura ufficiale appoggiò romanzieri come De Amicis e poeti come Giosué Carducci.

Celebri romanzi dell’epoca sono PINOCCHIO di Carlo Goldoni e CUORE di Edmondo De Amicis (esaltazione dei valori borghesi di perbenismo, dovere, patria, etica militare, ubbidienza, accettazione dell’ordine costituito).
Torna il narratore onnisciente. Recupera il ruolo di vate: di fronte alla confusione dei tempi c’è bisogno di una voce confortante, un maestro di gusto e sensibilità…come guida per il riscatto dello spirito (non riscatto civile quindi!). Emerge un tratta importante: l’insofferenza verso la mediocrità, in genere espressa dalla massa.
Confronti:
MANZONI: regista di una struttura polifonica; resta fuori dalla mischia, descrivendo le ragioni di tutti.
NUOVO NARRATORE: regista di una struttura fonologica che implica complicità tra scrittore/protagonista/lettore.
I protagonisti sono nuovamente esponenti dell’alta società intellettuale. I personaggi delle classi sociali più basse sono descritti senza qualità o in maniera ridicola.

Nessun commento: