mercoledì 5 marzo 2008

La Prima Guerra Mondiale

La Grande Guerra

La prima guerra mondiale è conosciuta anche con il termine di “Grande Guerra” perché così apparve alle popolazioni che vi si trovavano coinvolte. Era una guerra “Grande” non solo per estensione dei fronti e per numero degli stati coinvolti: mai prima c'erano stati tanti soldati in trincea, tante armi in dotazioni agli eserciti, tante industrie impegnate a sostenere lo sforzo bellico.
E inoltre il mondo veniva da cento anni di “quasi pace”.
Per gli anziani della prima parte del ‘900 “pace” significava “prima del 1914”. Dalla resa di Napoleone le guerre erano state poche, lontane e senza conseguenze. C'era stata la guerra di Crimea (1854-1856) [1] , la guerra civile americana (1861-1865) , le guerre di espansione della Prussia (1866 e 1871) e dell'Italia (1859-61 e 1866). A questi scontri si aggiunsero i conflitti coloniali e le battaglie tra paesi imperialisti: nelle città europee gli echi di queste guerre giungevano quasi come racconti d'avventura, circondati da un'aurea di leggenda ed esotismo. Tutto cambiò nel 1914.
[1] La guerra di Crimea vide contrapporsi la Russia, interessata all'apertura sugli stretti controllati dalla Turchia, contro Francia e Gran Bretagna (a cui si unì anche il Piemonte Sabaudo). La Russia ebbe la peggio.
I fatti

Il conflitto mondiale scoppiò in seguito all'ultimatum dell'Austria-Ungheria alla Serbia agitata da spinte indipendentistiche.
La contrapposizione vide da una parte gli imperi centrali Germania e Austria-Ungheria e dall'altra la triplice intesa Gran Bretagna, Francia e Russia . Gli imperi centrali ottennero l'aiuto dell'impero ottomano – in drammatica decadenza – e della Bulgaria (stati nell'area di influenza economica tedesca). La Triplice intesa riuscì a costruire nel tempo un ampio schieramento comprendente la Grecia, la Romania, l'Italia (dal 1915) e gli Stati Uniti (dal 1917).
Quale l'obiettivo della Germania?
La Germania pensava a una guerra lampo con lo sfondamento del fronte francese e la capitolazione della vecchia antagonista, una replica del 1871 insomma. Ma non andò così, per quanto nel 1914 le operazioni sembravano dare ragione allo stato maggiore tedesco.
Cosa successe?
Arrivati sulla Marna le posizioni si attestarono: i francesi, supportati da reparti belgi e inglesi, scavarono migliaia di trincee dalla Manica alla Svizzera formando il cosiddetto “fronte occidentale” che rimase quasi immutato per tre anni e mezzo.
I numeri della catastrofe
La tragedia del fronte occidentale si trova nei numeri dei combattenti: i francesi persero il 20% degli uomini in età militare; la Gran Bretagna perse mezzo milione di uomini, in gran parte giovani di Oxford e Cambridge; la Germania ebbe numericamente le perdite più alte, ma la quota dei giovanissimi era meno rilevante (più ampia la fascia di età della chiamata alle armi). Gli Usa ebbero 116.000 caduti, un terzo di quelli della II guerra mondiale, ottenuti però in un solo anno e mezzo di combattimenti (contro i 3 anni e mezzo del 1942-45) concentrati nel fronte francese. Le battaglie più tragicamente note sono quelle su Verdun nel 1916 che vide impegnati 2 milioni di uomini e causò 1 milione di morti; e la controffensiva inglese sulla Somme, che costò la vita a 420.000 soldati dell'Intesa; 60.000 il primo giorno di offensiva.
In confronto a Napoleone
Per capire come il novecento abbia introdotto la guerra totale, fatta oltre che dai soldati, dai lavoratori delle industrie e dipendente dalla quantità delle risorse e di materiali, basta un confronto con le guerre napoleoniche. Napoleone sconfisse la Prussia a Jena nel 1806 con non più di 1.500 salve di artiglieria. All'inizio della IGM la Francia aveva pianificato di produrre 12.000 granate al giorno. Alla fine del conflitto arrivò a produrne 200.000 al giorno. Le guerre mondiali fecero fare un salto di qualità anche nella produzione di massa e nell'organizzazione del lavoro.

L'Italia e il fronte orientale
Il fronte orientale più fluido. Le truppe degli imperi centrali occuparono con relativa facilità i Balcani e la Polonia. La Russia si ritrovò immediatamente a combattere una guerra di retroguardia mentre Romania e Serbia capitolarono in breve. L'entrata in scena dell'Italia e l'ipotesi di aprire un nuovo fronte a sud fallì completamente. Nel 1917 dopo la disfatta di Caporetto furono necessari supporti militari da contingenti stranieri per resistere alla controffensiva austriaca.

La fine della guerra
Lo stallo militare sul fronte occidentale fu superato nel 1918 quando la Germania firmò a Brest-Litovsk la resa della Russia andata in mano ai bolscevichi e gli Stati Uniti entrarono a fianco dell'Intesa. Lo sfondamento del fronte in direzione Parigi fu l'ultimo successo militare della Germania: la controffensiva di inglesi, francesi e americani nell'estate del 1918 fu rapida e vincente. La guerra finì 8 novembre 1918, lasciando sul campo dieci milioni di vittime .

Le caratteristiche

La Grande Guerra rappresenta un punto di rottura nello scorrere della civiltà occidentale (diversa è invece la percezione del 1914-1919 nelle altre civiltà: islamica, indiana, orientale) e rappresenta anche un modo nuovo di concepire il conflitto tra stati.
Si possono individuare 4 elementi indicativi di questo mutamento:
1 – Mobilitazione totale
2 – Tecnica e la tecnologia si dimostrano determinanti per la vittoria militare. Molto di più dell'abilità strategica o del coraggio dei combattenti
3 – Lo stato interviene pesantemente con tutto l'apparato industriale e con la possibilità di pianificare l'intera fase di produzione e distribuzione della ricchezza
4 – Controllo dell'opinione pubblica e il ruolo della propaganda diventano fattori decisivi per la conduzione della guerra.
Da questo sintetico quadro risulta evidente il legame tra la prima guerra mondiale e il successivo sviluppo di regimi totalitari che mantengono, in periodo di pace, molte delle condizioni adottate per rispondere all'emergenza della guerra. Si pensi principalmente alla militarizzazione della cultura, ovvero all'enfasi posta sui valori di patria, di obbedienza all'autorità, di mobilitazione di massa all'interno delle strutture nazionali (associazionismo sottratto ai partiti, alla chiesa, ai sindacati ecc.). Inoltre non si può dimenticare il decisivo apporto dei reduci, all'ascesa delle formazioni politiche di estrema destra, come il fascismo in Italia e il Nazionalsocialismo in Germania. Peraltro lo stesso Hitler era uno dei tanti reduci del fronte che non si sono integrati nell'Europa post-bellica.
Dal punto di vista della percezione della realtà, la guerra introduce nelle società europee l'idea del nemico totale e dell'adesione incondizionata a questa contrapposizione: un vero e proprio aut aut mentale che lo stato impone ai suoi cittadini: o con me o contro di me! Chi non collabora o è neutrale è visto come un nemico. La distruzione del dissenso emerge come capitolo importante della politica interna dei nuovi governi nel dopoguerra: un'eredità antidemocratica della guerra molto diffusa tra le due guerre (e anche in seguito…).
Dall'altro lato della medaglia c'è invece il sorgere di un vero e proprio sentimento pacifista di massa. La dimensione spaventosa del conflitto e la percezione della sua inutilità per le popolazioni, provocarono un vasto movimento di opinione favorevole al disarmo, all'antimilitarismo, alla pace come obiettivo politico prioritario. Poeti, artisti, intellettuali agirono da spina dorsale della nuova corrente di pensiero: una posizione soltanto marginalmente recepita dai governi, troppo poco per impostare relazioni internazionali sinceramente tese a stabilire un ordine pacifico, ma abbastanza per procrastinare sine die ogni ferma presa di posizione verso le minacce militari di Germania e Giappone. Questa però è un'altra storia.

Perché la guerra?

La famosa “scintilla” fu l'attentato di Sarajevo. Le alleanze militari spiegano tecnicamente la composizione degli schieramenti. Ma questo non è sufficiente per giustificare una tragedia continentale di tale portata. Quella che è stata descritta anche come “il suicidio dell'Europa” ha segnato il passaggio agli Stati Uniti d'America del ruolo leader dell'economia mondiale. Quindi, come è stato possibile?
Se una risposta univoca non esiste, possiamo tracciare una serie di motivazioni che, sovrapposte, offrono un quadro plausibile del perché gli statisti europei non sono riusciti a evitare una inutile carneficina.
Nessuno immaginava una guerra più lunga di qualche settimana, massimo qualche mese. I ricordi affondavano alle gloriose battaglie di Von Bismark, che sbaragliò l'esercito di Napoleone III in pochi giorni, oppure all'epopea napoleonica dove la guerra era composta da una serie di battaglie campali, gestite poi in sede diplomatica.
L'inferno delle trincee, sostenute da popoli interi, fu un fatto inedito che colse alla sprovvista tutti: soldati, generali, capi di stato. Ma, in ogni caso, le forze in campo avevano un equilibrio che non permetteva a una parte di soverchiare con decisione l'altro.
Perché non si fermarono una volta che i fronti raggiunsero lo stallo?
La mentalità che aveva guidato le scelte degli statisti fino ad allora non era stato quello della guerra fino alla morte. Cosa avrebbero fatto i vari Bismark o Telleyrand al posto dei governi coinvolti nella Prima guerra mondiale? Probabilmente avrebbero trovato una via di uscita diplomatica nel momento che le posizioni si erano attestate. Se andarono avanti tre anni a massacrarsi sulle trincee significa che era cambiata la posta in palio. La guerra non era più finalizzata a obiettivi limitati: la Germania voleva una posizione di predominio politico pari a quello britannico, il che avrebbe relegato a un rango inferiore la potenza inglese già in declino. Era un aut aut. La Francia doveva bilanciare l'espansione economica e demografica della Germania. Per tutti l'obiettivo era assurdo e autolesionistico e cacciò l'Europa in un tunnel senza uscita.

Quale consenso?
La fase storica era favorevole agli interventisti. Lo sviluppo delle società democratiche e di massa favorì la comunicazione da parte di giovani intellettuali e spregiudicati imprenditori, inclini all'azione, al gesto eroico, all'impresa storica. C'era inoltre la guerra interna contro l'ideologia socialista, a cui la guerra esterna sembrava essere un ottimo antidoto (ideologia nazionalista contro ideologia socialista). La massa di contadini e operai era sicuramente contraria alla guerra, e questo comportò un grande sforzo da parte di tutti gli stati per convincere le proprie truppe e il proprio popolo dell'importanza del sacrificio.
La propaganda riuscì? Solo in parte!
E' vero che in fin dei conti la guerra fu fatta, e gli episodi di ammutinamento e diserzione non furono mai determinanti. Però è anche vero che le rivolte e le diserzioni furono di un numero spaventoso: in alcune situazioni gli ufficiali francesi o italiani si trovarono costretti a fucilare decine di soldati come monito (in particolare è molto alto il numero dei soldati italiani uccisi per diserzione nella rotta di Caporetto per obbligare alla resistenza sul Piave); dopo la rivoluzione interi reparti russi abbandonarono il fronte, o si rifiutarono semplicemente di combattere. In generale la resistenza ad obbedire agli ordini si è avuta dopo i primi mesi (quando l'illusione della guerra breve fu del tutto dissipata) e in seguito alla rivoluzione russa, quando le parole di pace e giustizia raggiunsero con grande forza persuasiva tutti i fronti e tutti i paesi.
Non abbastanza in ogni caso, per ribaltare il destino della guerra.

La guerra degli italiani
Premessa : l'Italia entrò un anno dopo con i fronti già attestati, per una mossa autonoma del Re che stipulò a Londra un contratto che metteva nero su bianco il compenso per l'ingresso dell'Italia tra i paesi dell'Intesa. Quindi il re portò il paese in guerra per avere il Trentino, il Friuli, l'Istria e la Dalmazia. L'anno di neutralità vide una durissima conflittualità ideologica tra interventisti e non interventisti.
Nel 1911 la popolazione italiana contava 36 milioni di abitanti (2 dei quali però emigrati all'estero) in maggioranza ancora legati al mondo agricolo. In altre parole il 58% erano contadini, il 24% addetti dell'industria e artigianato e solo il 17% impiegati nel terziario.
Arruolati nell'esercito nel periodo 1915-18 furono 5.900.000 (su 7,7 milioni di famiglie); il reclutamento coinvolse cioè statisticamente i 4/5 delle famiglie anche se ci furono punte diverse a seconda delle zone. In Toscana ad esempio quasi un uomo su due fu impegnato nell'esercito: praticamente tutti i gruppi familiari avevano un soldato in guerra. Il fronte si componeva di circa 1 milioni di uomini all'inizio e circa 2 alla fine.
Chi era in prima linea? In generale erano contadini, giovani mandati a combattere per un'idea di patria che ignoravano e per delle ragioni geopolitiche assolutamente incomprensibili. Spesso contadino-soldato era legato ai valori della terra e del villaggio, non aveva istruzione, non parlava altra lingua che il proprio dialetto; in breve non aveva tensione morale, ma semplice ubbidiva agli ordini e alla chiamata dello Stato.
L'esperienza del fronte fu una esperienza devastante. Il sentimento più diffuso fu lo sgomento per una realtà inaspettata. Centinaia di poesie, diari e scritti ci danno testimonianza, più delle fredde cifre – comunque 600.000 morti, quando l'intero risorgimento ne costò 7.000 – della tragedia, dello spavento, della rassegnazione vissuta nelle gallerie di fango scavate per centinaia di chilometri lungo il confine con l'impero asburgico.
Il Carso
Il fronte più tragicamente noto è quello del Carso, di cui il fiume Isonzo rappresentò la linea naturale della carneficina. Si contarono in tre anni 12 “battaglie dell'Isonzo”, che significa come i morti non spostavano di un metro la situazione militare. L'altopiano che seppellì, tra i due eserciti, quasi un milione di giovani, è ondulato e brullo, caldissimo in estate e battuto in inverno da venti gelidi da nord est, solcato da caverne e ripari naturali. In questo ambiente le battaglie erano svolte con la strategia degli assalti: quando l'ufficiale dava il segnale al grido “Savoia”, i soldati semplici uscivano correndo dalla trincea, baionetta alla mano, per andare verso la trincea avversaria a qualche centinaio di metri di distanza. Raggiunta la quale si innescavano sanguinosi corpo a corpo con armi bianche.
In quei momenti concitati e spaventosi la possibilità di restare vivi era davvero molto bassa; non meno pericolosi erano i bombardamenti con i cannoni da trincea a trincea o gli attacchi con armi chimiche, ancora non vietate dalle convenzioni internazionali.
Oltre ai danni fisici e alla morte incombente, i militari della grande guerra vissero un particolarissimo e molto diffuso stato di perdita di coscienza e crisi di identità indotto dalla paura, dalla confusione e dagli stenti della vita militare.

Le perdite dell'Italia nella prima guerra mondiale: 650.000 morti; 947.000 feriti, mutilati e invalidi; 600.000 prigionieri e dispersi. Su 5.615.000 uomini mobilitati si ebbe un totale di 2.197.000 perdite, pari al 39 % degli uomini sotto alle armi.

sabato 26 gennaio 2008

programma italiano 5H

Illuminismo
Caratteri generali.
Ugo Foscolo
Vita e opere.
Ultime lettere di Jacopo Ortis;
Sonetti: Alla sera, in morte al fratello Giovanni, A Zacinto; (analisi del testo poetico)
Carme dei Sepolcri (analisi del testo poetico).

Il romanticismo
Caratteri generali.

Giacomo Leopardi
Vita e opere.
Piccoli idilli - L’infinito, Alla luna, La sera del dì di festa. (analisi del testo poetico)
Grandi idilli: A Silvia, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Il sabato del villaggio. (analisi del testo poetico).
Ultime liriche - La ginestra.
Operette morali: Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggere; Dialogo di Tristano e di un amico; Dialogo tra la natura e un islandese.
Scritti privati: Zibaldone e lettera al padre.

Alessandro Manzoni
Vita e opere.

L’evoluzione del romanzo tra Ottocento e Novecento (uno a scelta)
I promessi sposi. (storico) 1840 - Manzoni
I malavoglia (verismo) 1881 - Verga
Il fu Mattia Pascal (psicologico) 1904 - Pirandello
La coscienza di Zeno (psicologico) 1923 - Svevo
Una questione privata (neorealismo) 1963 - Beppe Fenoglio
Se una notte d’inverno un viaggiatore (sperimentalismo) 1979 - Italo Calvino

La letteratura post-unitaria

Verismo - caratteri generali

Decadentismo - caratteri generali

Carducci - vita, opere e caratteri generali.
Nevicata
"Funere mersit acerbo"


Pascoli - vita, opere e caratteri generali.
X agosto
Nebbia

D'Annnunzio - vita, opere e opere generali (analisi: da Alicyone - pioggia nel pineto; notte fiesolana)

Il teatro di Luigi Pirandello - vita, opere, caratteri generali. Estratti da: Arte e coscienza d'oggi; L'umorismo; Uno nessuno e centomila.

Il Novecento 1
Le “riviste” del primo Novecento
Il crepuscolarismo. Gozzano e Corazzini.
Il futurismo - caratteri generali. Filippo Tommaso Marinetti.
Giuseppe Ungaretti - vita, opere e caratteri generali. (analisi di liriche tratte da "L'Allegria")
Eugenio Montale - vita, opere e caratteri generali. (analisi di: Non chiederci la parola, Spesso il male di vivere, Primavera hitleriana)
Italo Svevo. La coscienza di Zeno.


Il Novecento 2
Il neorealismo
Primo Levi - Se questo è un uomo
Italo Calvino (introduzione a “I sentieri dei nidi di ragno);
Salvatore Quasimodo - (analisi di: Ed è subito sera; Alle fronde dei salici)

storia d'Italia 1861-1914

La politica in Italia 1861-1914


Dati: 78% di analfabeti
2100Km di ferrovie
2% il corpo elettorale (25% in FR, 20% in Prussia, 8% in GB)

PRIORITA’ POLITCA: dare unità sociale, militare ed economica al nuovo regno
Fu rinnovata l'alleanza con i grandi proprietari del sud ed esteso a tutto il territorio la legislazione e il regime fiscale in vigore in Piemonte. Scelte fatte in nome della continuità.
La maggioranza parlamentare era di destra. Che destra è? Conservatrice non reazionaria. E’ detta “destra storica”.
62 (marzo-dicembre) Rattazzi
62-63 Fratini
63-64 Minghetti
64-66 La Marmora
66-67 Ricasoli
67 (apr-ott) Rattazzi
67-69 Menabrea
69-73 Lanza
73-76 Minighetti
Cosa fa?
Accordo con la Francia per lasciare Roma al Vaticano. La capitale sarebbe stata Firenze; proteste a Torino. 1865 - Firenze diventa capitale, viene stipulato un accordo militare con la Prussia.
Pochi mesi dopo lo scontro Prussia-Austria induce l'Italia ad approfittarne per prendere il veneto ( III guerra di indipendenza ). Le battaglie di CUSTOZA sulla terraferma e LISSA sul mare, sono due umilianti sconfitte per il giovane esercito nazionale. La sconfitta dell'Austria permette comunque all'Italia di acquisire il Veneto (pace di Vienna, ottobre 1866).
Nel 1870 Roma breccia di Porta Pia (20 settembre). Un plebiscito sanzionò l'annessione.
BRIGANTAGGIO (1861-1865)
Il fenomeno dei “briganti”, cioè fuorilegge a giro per le campagne del sud, fu dovuto principalmente al peggioramento del livello di vita già molto basso, delle popolazioni del meridione dopo l'unità. L'aumento delle tasse e la leva obbligatoria (che toglie braccia ai contadini) scatenò una reazione che assunse la forma del brigantaggio e che fu strumentalizzata dal clero e dai borboni. Una inchiesta parlamentare guidata dal deputato Massari indicò molto bene la relazione tra cause ed effetto del fenomeno. Fu ignorata e risolto il problema con il pugno di ferro, cioè con una repressione molto dura. La politica dei governi di destra fu tutta orientata allo sviluppo industriale del nord: aumento delle tasse per i prodotti agricoli, il corso forzoso (stampa di banconote maggiore del valore corrispondente dell'oro), nessuna protezione per l'importazione di prodotti agricoli.
Fu grande soddisfazione per alla fine dell'età della destra storica, nel 1876, poter annunciare il raggiungimento della parità di bilancio.

La sinistra al potere (1876)
Che sinistra era? Una sinistra liberale, niente a che vedere con i socialisti. La sostenevano i giovani imprenditori e i professionisti delle città.
PRIORITA’ POLITICA: sviluppo industriale, consenso popolare, lotta alla povertà.
Agostino Depretis era il leader. Con il discorso di Stradella presentò il suo programma: abolire la tassa sul macinato, stato laico, decentramento amministrativo, lotta all’analfabetismo.
Cosa fecero di tutto questo? Poco!
Tolsero la tassa ma non risolsero la questione agraria nel meridione (latifondi improduttivi con contadini miserabili). Si concentrarono soprattutto nella gestione del potere nell’aula parlamentare: le iniziative erano così moderate da convergere con le posizioni della destra. Con crescente frequenza la formazione di governi si affidò a intese con gruppi influenti o singole personalità, cosicché i favori clientelari, le poltrone, il varo di lavori pubblici divennero strumenti necessari ad assicurare il consenso elettorale, inducendo i parlamentari a trasformarsi da avversari in sostenitori del gabinetto ministeriale o viceversa, sulla base di accordi del tutto privati.
Era questo il cosiddetto trasformismo, indice di una degradata gestione del potere.
Colonialismo. Nel 1885 prese l’Eritrea ma non riuscì a conquistare l’Etiopia.
73-76 Minighetti (DESTRA)
76-78 Depretis
78 (mar-dic) Cairoli
78-79 Depretis
79-81 Cairoli
81-87 Depretis
L’età di Crispi
Nel 1887 moriva Depretis e Francesco Crispi prese il suo posto. Era stato un garibaldino, ma poi aveva svoltato a destra: ammirava Bismark e l’autoritarismo. Secondo il poeta-vate Giosué Carducci la figura severa e autoritaria di Crispi avrebbe portato l’Italia a nuova gloria (dopo l’impero romano e i comuni medioevali) come potenza mediterranea. Il re d’Italia Umberto I era favorevole ad una politica di espansione.
1887-91 Crispi
91-92 Rudinì
92-93 Giolitti
93-96 Crispi
96-98 Rudinì
1898-1900 Pelloux
NB TENERE PRESENTE LE TENDENZE INTERNAZIONALI DI INTERVENTISMO STATALE E IMPERIALISMO - SPESSO A FINI SOCIALI E POLITICI.
- nasce il partito socialista. Aumenta la pressione sullo stato da parte di sindacati, associazioni, camere del lavoro. Nel 1892 entrano in parlamento 5 deputati. L’indirizzo del partito era marxista, quindi rivoluzionario.
- lo scandalo della banca di Roma. L’Istituto, uno dei più importanti d’Italia, fallì per aver prestato soldi a imprese edilizie che speculavano sulle concessioni edilizie (pagando tangenti per convertire terreni di poco valore in aree edificabili); quando nel ’92 il settore andò in crisi, la banca non aveva liquidità e non riuscì a pagare i creditori. Furono i piccoli risparmiatori a pagare il costo del fallimento. L’inchiesta parlamentare che seguì mise tutto a tacere, sorvolando sul fatto che con i soldi della banca fu finanziata la campagna elettorale dello stesso Crispi.
- fasci siciliani (1891-1894). Erano associazioni a metà tra sindacati e
Società di muto soccorso che rivendicavano aumenti salariali e distribuzione della terra. Crispi rispose con la forza: represse il movimento lasciando sul campo circa 100 morti. La repressione riguardò anche gli anarchici in lodigiana e - in generale - le organizzazioni socialiste.
- L’imperialismo riprese con vigore ma arrivò la più clamorosa delle sconfitte: ad Adua nel 1896 le truppe italiane furono definitivamente sconfitte dall’esercito etiopico di Menelik. L’episodio segnò la prima vittoria di un esercito africano contro uno europeo. In Italia fu uno choc e Crispi perse il posto definitivamente.
Oggi Adua è la sede dell’Unione Africana.
- Rerum Novarium - Leone XIII scrisse un’enciclica di grande innovazione. Fu abbandonata la contrapposizione allo stato liberale e fu invece proposta una nuova strategia: una alleanza lavoratori-capitalisti (borghesia) per contrastare l’avanzata del socialismo. Nel testo si invitano i cattolici a dare vita a sindacati, cooperative e associazioni in grado di promuovere riforme che, senza intaccare i rapporti tra le classi sociali - alleviano le condizioni di indigenza e sfruttamento.
Tentato colpo di stato 1898-1900
Rudinì prese il posto di Crispi, ma i problemi non si risolsero e, anzi, peggiorarono. La guerra tra Usa e Spagna bloccò le importazioni di grano e l’Italia subì un’impennata di prezzi sui cereali.
I socialisti promossero giornate di manifestazioni al grido “pane e lavoro”. Il governo rispose mobilitando l’esercito contro i manifestanti. Negli scontri ci furono circa 200 morti. Il generale Bava Beccaris che fece sparare cannonate sulla gente in coda per il pane fu decorato dal re. Anche politici di spicco come il segretario del PSI furono imprigionati.
Per rendere più efficace la strategia di repressione fu proposto di rendere il governo responsabile di fronte al re e non di fronte al parlamento. Di fatto era un colpo di stato poiché avrebbe esautorato l’unico organo istituzionale rappresentativo (il parlamento). Ma il provvedimento che doveva passare dal parlamento non passò: l’ostruzionismo parlamentare riuscì (fu addirittura spaccata l’urna delle votazioni), giudizi negativi dalla corte costituzionale, ripensamenti di deputati liberali.
Il governo Pelloux che doveva fare la svolta a destra finì all’inizio del ‘900.
Un mese dopo l’anarchico pratese Gaetano Bresci tornava dall’America per sparare al re Umberto I e vendicare i morti del 1898. Il re morì, Bresci fu arrestato e condannato a morte.
Il decennio felice
VITTORIO EMANUELE III
GIOLITTI
Il nuovo re abbandonò la linea del padre e si affidò ai liberali democratici. La figura guida è Giovanni Giolitti. Rimaneva un sistema parlamentare dominato dall’instabilità.


1900-01 Saracco
01-03 Zanardelli
03-05 Giolitti
05-06 Fortis
06 (feb-mar) Sonnino
06-09 Giolitti
09-10 Sonnino
10-11 Luzzati
11-14 Giolitti
14-16 Salandra
16-17 Boselli
17-19 Orlando
Giolitti è un uomo di sinistra ma non socialista, capace di trovare accordi praticamente con chiunque. La sua azione politica, fatta di riforme, ha portato al “decennio felice“ (definizione di Benedetto Croce): sviluppo industriale, libertà sociali, miglioramento condizioni di vita. Lo stato interviene efficacemente in molti settori (trasporti, finanza, industria). Però lo fa riproponendo la peggiore tradizione italiana: pratiche clientelari, collusioni con la mafia, accordi sottobanco per vincere le elezioni. Gaetano Salvemini lo definì “il ministro della mala vita”.
Nota: fu accusato di tradire i principi del liberismo a causa del forte intervento dello stato nell’economia.
1911 - Guerra di Libia. La politica coloniale fu rilanciata prima con una martellante campagna di propaganda. A favore della guerra erano intellettuali celebri (D’Annunzio, Pascoli) e i nuovi poeti futuristi; la chiesa cattolica (favorevole ad aggredire un paese islamico) e naturalmente l’enstabilshment industriale, finanziario e militare. Contrari buona parte dei socialisti (alcuni erano entrati nell’area di governo) e i repubblicani. Anche il sindacato CGL era contrario e dichiarò sciopero generale. Così si spaccava, politicamente e socialmente, il fronte giolittiano.
(ovvero: per restare a galla, Giolitti doveva svoltare a destra!)
Militarmente la vittoria fu semplice e arricchita da lì a un anno dalla conquista di 12 isolette dell’Egeo e di Rodi.
Elezioni del 1913
Le elezioni del 1913 ribadirono la spaccatura nel paese:
il PSI abbracciò una politica massimalista (nessun accordo per raggiungere obiettivi intermedi). Prima Turati aveva cercato mille strade per fare entrare le organizzazioni dei lavoratori dentro la macchina statale.
RIFORMISMO / MASSIMALISMO le due alternative politiche della sinistra.
Il partito liberale riuscì a vincere nuovamente le elezioni grazie al PATTO GENTILONI. Di cosa si tratta?
Siccome il partito liberale non aveva un consenso di massa si cercò un accordo con l’Unione elettorale cattolica per far confluire i suoi voti sulle liste liberali. In cambio fu promesso un impegno per varare una legge contro il divorzio, l’introduzione dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e un aiuto alle scuole private.
Partiti voti voti (%) seggi
Conservatori Cattolici 1,8 9
Cattolici 4,2 20
Liberali 47,6 270
Costituzionali democratici 5,5 29
Democratici 2,8 11
Radicali 10,4 62
Radicali dissidenti 1,3 11
Repubblicani 2,0 8
Repubblicani independenti 1,5 9
Partito Socialista Riformista Italiano 3,9 19
PSI 17,7 52
Socialisti independenti e sindacalisti 1,3 8
Totale 100,00 508
Il quadro era piuttosto confuso e Giolitti non riuscì a tenere in piedi il governo (era contrario alla guerra). Nel frattempo in Europa c’era aria di conflitto e in Italia le manifestazioni di sinistra erano sempre più numerose. Ad Ancona nel 1914 anarchici e socialisti presero il controllo della città e ci volle l’esercito per ristabilire l’ordine. La tensione tra militaristi e antimilitaristi era al culmine.

domenica 28 ottobre 2007

Istruzioni per l'uso

Il blog è stato creato per l'anno scolastico 06-07 con materiale in parte di italiano e in parte di storia.
Per il momento può essere utile anche come strumento di archivio per documenti per l'attuale anno scolastico.
Potete trovare all'interno del blog:
- illuminismo
- rivoluzione francese
- rivoluzione industriale
- stato liberale
- nazione e nazionalismo
- l'imperialismo

(DOn Chisciotte e il Settecento letterario)
- istruzioni per fare l'esame di stato
- istruzioni per fare una breve ricerca

giovedì 31 maggio 2007

Saluti

Saluti a tutti

Imperi e imperialismo

Per il lavoro in Powerpoint e-mail a david.mugnai@libero.it

“Imperi e imperatori erano realtà di vecchia data, ma l’imperialismo era una novità assoluta. Il termine entrò per la prima volta nel linguaggio politico britannico nel 1870-80, ed era ancora considerato un neologismo alla fine di quel decennio. Si impose di prepotenza nell’uso generale negli anni 1890”
E. Hobsbawm
[1]


Imperialismo o colonialismo?
Le due parole che in questa fase sono in qualche modo intercambiabili hanno in realtà un significato diverso. Il COLONIALISMO infatti è solo una parte del fenomeno generale dell’IMPERIALISMO, ovvero la conquista “diretta e formale” con l’occupazione militare, l’insediamento consistente di cittadini “conquistatori” e la creazione di veri e propri protettorati politici. L’imperialismo invece travalica la presenza fisica del territorio occupato; il controllo avviene in modo indiretto e informale, ma non per questo con effetti meno invasivi per i popoli coinvolti. Dopo il 1945 è questa la forma generalmente utilizzata per il controllo di aree regionali nei paesi in via di decolonizzazione da parte delle grandi potenze economiche e militari del pianeta.

DOMANDE
•Chi sono stati i protagonisti dell’imperialismo?
•Quali luoghi ha coinvolto il processo di colonizzazione?
•Perché è successo?
•Come è stato possibile?
•Quali conseguenze per i conquistati e per i conquistatori?

I Protagonisti
Gran Bretagna: Egitto (1882) – Sudan, Kenya, Uganda (1890) – Sudafrica (1899-1902 guerra ai boeri) – Rhodesia (presa dall’avventuriero Cecil Rhoeds) – Nigeria - India (1876) – Australia – Nuova Zelanda.
Francia: Tunisia (1881) – Senegal (1890) – Algeria (1881) – Marocco (1911) – Indocina – Caraibi e Polinesia.
Germania: Nuova Guinea, Taganica, Namibia, Camerun, Togo.
Italia: Eritrea e Somalia (1898) – Libia (1911)
Belgio: Congo
Usa: Decreto Monroe (1823) – Filippine – isole Hawaii – Cuba (formalmente indipendente).
Russia: allargamento confini verso sud ed est (scontro col Giappone 1905)
Giappone : Coresa (1905)


PERCHE’ ??
1)INTERESSE ECONOMICO
C’è la “globalizzazione” : velocità dei trasporti, necessità di grandi quantità di materie prime per sostenere la 2° rivoluzione industriale (elettricità, chimica, motori, chimica…. + nuovi consumi (thé, banane, caffè ecc.
2) MERCATO PRIVATO
Sbocchi commerciali in una fase di nuovo protezionismo (il liberismo non funzionava più!!
3) PROPAGANDA NAZIONALISTA
Per rispondere alla disgregazione sociale causata dal sistema capitalista i governi giocano la carta del nazionalismo. Occorre una nuova solidarietà e senso di appartenenza per avere il consenso e per contrastare la diffusione dell’ideale socialista.

COME ??
1.Forza militare, chimica e farmaceutica
Battaglia di Omdurman del 1898 nel resoconto di Winston Churchill:
20 inglesi e 10000 sudanesi.
Il Chimino permise di vaccinarsi (per questo l’Africa fu conquistata solo nel XIX )
2.Distruzione comunità locali.
La novità dell’imperialismo moderno è che le conquiste non implicano solamente la “rapina” delle risorse ma anche la distruzione delle economie locali e l’integrazione nel proprio sistema economico.
Un sistema che distruggeva la cultura e la società nelle sue fondamenta.
-Proprietà privata
-Lavoro
-Tasse
-Religione cattolica
3.Dividi et impera
Sfruttare le rivalità tribali, erniche e di altro tipo per dividere il fronte degli indigeni e facilitare il controllo del territorio.


CONSEGUENZE


  1. Genocidio (nativi americani - aborigeni austrialiani - maori - herreo - senussi)
  2. Competizione militare tra stati europei (porta allo scoppio della I guerra mondiale)
  3. Distruzione diversità culturale/sociale/politica/economica
  4. Economia mondiale piegata agli interessi dei governi occidentali


martedì 8 maggio 2007

Nazioni e nazionalismo

Il concetto di nazione è un concetto moderno. La formazione degli stati assolutistici - Francia, Spagna, Russia, Austria, Gran Bretagna eccetera - che segnarono la fine del Medioevo non comprendeva certamente il concetto di "nazione" né tantomeno quello di patria. E, d'altra parte, la ricerca di una definizione universale del concetto di nazione, mostra già tutta una serie di problemi tale da evidenziare chiaramente il carattere artificiale dell'idea stessa di nazionalità.
Lo storico Renan aprì un ipotetico dibattito (nel 1882) sulla questione proponendo il quesito:
"Perché l'Olanda è una nazione e il granducato di Toscana no?"
La domanda retorica servì per alzare l'attenzione sull'impossibilità di trovare un "minimo comune" in grado di definire cosa è una nazione e cosa non lo è. Sempre esiste un caso (molti in realtà) che contraddice p.e. che sia l'unità etnica o linguistica o culturale o religiosa a determinare la nazionalità.
La Svizzera è una nazione i cui cittadini parlano quattro lingue diverse; mezzo Belgio parla la lingua della Francia senza esserne culturalmente, religiosamente ed etnicamente diverso. L'Irlanda è divisa in due stati (come lo era la Germania e lo è la Corea) ma se ne percepisce l'unità nazionale...
Per non perdersi in una serie infinita di eccezioni è più utile focalizzare l'attenzione sui meccanismi che hanno agito e che agiscono nella costituzione di un'idea nazionale.

Lo sviluppo storico dell'idea nazionale ha attraversato varie fasi:

Nazionalismo rivoluzionario 1760-1800
L'idea che l'entità statale dovesse riconoscersi nell'intero popolo lo si deve al binomio rivoluzionario che nella seconda parte del '700 spalancò le porte dell'America e dell'Europa (tramite la Francia) al progresso. Il nazionalismo "rivoluzionario" non era concepito come unione etnica o culturale. Piuttosto si voleva unire la popolazione legata (sottomessa) a un certo tipo di potere o di dominio con lo scopo di liberare il paese. Per questo, il primo nazionalismo ha qualcosa in comune con la democrazia e nulla in comune con la pulizia etnica. (Non va dimenticato comunque che i cambiamenti non coinvolsero proprio tutti: le donne e le minoranze etniche - negli Usa - rimasero comunque svantaggiati e, nel caso della Francia il nazionalismo travalicò presto in desiderio di conquistare territori limitrofi.)
In questa fase l’idea della nazione si legittima sulla volontà di essere uniti (AUTODETERMINAZIONE) e sulla liberazione da una dominazione (DEMOCRAZIA).

Nell’età liberale 1800-1870
La vera esplosione di sentimento nazionalistico-patriottico lo abbiamo con il movimento romantico, nella prima parte del XIX secolo. Ci sono due processi convergenti:
1. conviene allo sviluppo capitalista. La crescita economica è favorita da unità statali piuttosto grandi con monopolio monetario, politiche fiscali e dogane comuni.
2. la cultura romantica del patriottismo alimenta movimenti nazionalisti fornendo miti e tradizioni funzionali a una nuova identità comune. In Italia per esempio il Risorgimento è sostenuto nelle riviste, nei teatri, nelle poesie, richiamando il passato glorioso, le gesta di antichi eroi…con un incitamento continuo alla “missione storica” e al sacrificio.
In questa fase l’idea della nazione si legittima su elementi oggettivi come la STORIA COMUNE, la LINGUA (letteraria). Non sono spariti i concetti di autodeterminazioone e democrazia.


Crisi del 1870 – La nazionalizzazione delle masse
Gli anni '70-'80-'90 sono decenni di grande difficoltà per gli stati europei.
Le cause sono principalmente due:
a) Espansione del movimento operaio
L'urbanizzazione, la violenza dei rapporti di lavoro nelle fabbriche e la rottura delle precedenti solidarietà di paese, produce un rapido sviluppo di movimenti di massa fortemente anticapitalistici.
Di ispirazione in gran parte marxista il movimento operaio getta sul tavolo della modernizzazione una coscienza di classe mai vista prima nella storia dell'uomo e una organizzazione politica sempre più articolata (sindacati, società di mutuo soccorso, partiti).
b) Crisi economica
Lo sviluppo industriale esaurisce la prima fase: per proseguire lo sviluppo tecnologico occorrono grandi ristrutturazioni e lo stato ha bisogno di un consenso sempre più esteso. Se non fa nulla rischia la rivoluzione.

Cosa fa lo Stato per guadagnare il consenso dei cittadini?
Lo stato abbandona la posizione super partes tipica del periodo liberale e interviene direttamente nella gestione degli affari interni. Diviene uno "Stato Interventista" che agisce culturalmente per raggiungere le masse e ottenere consenso e fedeltà. Lo fece sia per evoluzione stessa della democratizzazione della struttura statale, sia per rispondere alla propaganda socialista sempre più minacciosa.

Nazionalizzazione delle masse

a) Allargamento della democrazia
Partiti, sindacati e associazioni socialiste sono integrati, sempre di più, nel sistema politico statale.
b) Intervento nella vita dei cittadini: servizio militare obbligatorio; scuola obbligatoria; migrazione interna.
c) Propaganda
Alcuni elementi di coesione sociale “naturali” sempre presenti nella vita delle comunità (lingua, religione, etnia, folclore, tradizioni ecc.) sono trasformati, manipolati oppure inventati in versione nazionalista.
La propaganda ha un successo clamoroso. In pochi anni il popolo crede nella nazione.

Perché? Cosa succede?
SCHEDA DI MASLOW. L’essere umano ha tra i suoi bisogni primari quello del senso di appartenenza, dell’identità comune.
Quando – in seguito all’industrializzazione – si sono rotti i legami sociali della comunità locale (vicinato, clan, lavoro, paese ecc.) si è creato un vuoto da riempire.
Così l’azione dello stato, se efficace, riesce facilmente a convincere i propri cittadini a credere e a fidarsi dello stato in quanto “nazione”